Violazione dati crypto Revolut: hacker rubano dati di 680 clienti con una PEC falsa

Una banda di hacker sostiene di aver sottratto a Revolut i dati personali di 680 clienti scelti non a caso, ma perché possessori di grandi patrimoni in criptovalute. La violazione dati crypto Revolut, confermata dalla...
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Uno sviluppo di rilievo scuote i mercati delle criptovalute. Una banda di hacker sostiene di aver sottratto a Revolut i dati personali di 680 clienti scelti non a caso, ma perché possessori di grandi patrimoni in criptovalute. La violazione dati crypto Revolut, confermata dalla fintech londinese lo scorso 12 settembre, si è rivelata negli ultimi giorni molto più sofisticata di un semplice tentativo di phishing: gli attaccanti avrebbero usato l’identità di un’agenzia governativa italiana per convincere la banca a consegnare informazioni riservate sui suoi clienti più facoltosi. Punti chiave Gli hacker dichiarano di aver scaricato i dati personali di 680 conti crypto di clienti Revolut ad alto patrimonio.
I target sarebbero stati selezionati tramite analisi blockchain per individuare account con consistenti riserve in criptovalute. La maggior parte dei clienti coinvolti proviene da Svizzera e Francia, ma i dati riguardano anche residenti in 31 altri paesi, tra cui Regno Unito, Germania e Spagna. Le richieste fraudolente sarebbero passate attraverso il sistema di posta certificata italiano PEC, con la Polizia Postale ora al lavoro sul caso.
Dinamiche di mercato
Revolut sostiene di non essere stata contattata dagli aggressori e di non aver ricevuto alcuna richiesta di riscatto. Un attacco mirato ai grandi patrimoni crypto Gli aggressori non hanno colpito a caso. Secondo quanto riferito, il gruppo ha usato l’analisi blockchain per identificare quali conti Revolut custodissero patrimoni significativi in criptovalute, arrivando così a selezionare 680 profili definiti “whale”, cioè grandi investitori.
Il crypto investigator ZachXBT, che ha diffuso pubblicamente la notifica ricevuta da Revolut, ha parlato di un incidente contenuto nei numeri ma chiaramente orientato verso utenti ad alto patrimonio. La distribuzione geografica dei clienti colpiti racconta una storia europea: la maggioranza risiede in Svizzera e Francia, ma la lista si allunga fino a coprire altri 31 paesi, tra cui Regno Unito, Germania e Spagna. Non un attacco locale, quindi, ma una campagna che ha attraversato buona parte del continente sfruttando lo stesso canale di richiesta dati.
Tra le informazioni finite nelle mani degli hacker, secondo la notifica inviata ai clienti e le integrazioni di ZachXBT, figurano date di nascita, indirizzi postali ed email, numeri di telefono, copie di documenti d’identità come passaporti e patenti, oltre a possibili selfie di verifica, estratti conto e cronologie delle transazioni. Sarebbero stati esposti anche IBAN, cronologie dei prelievi, occupazioni professionali e dati relativi ad attività in Bitcoin. Il meccanismo del furto: PEC e la falsa identità delle forze dell’ordine Il cuore della vicenda sta nel modo in cui i truffatori hanno convinto Revolut a collaborare.
Impatto sui mercati
Gli hacker avrebbero richiesto ripetutamente dettagli riservati sui conti — indirizzi, numeri di telefono, cronologie delle transazioni — sostenendo che servissero per attività investigative delle forze dell’ordine in corso. Le comunicazioni scambiate con Revolut mostrerebbero uno scambio di dati con quella che sembrava un’articolazione del ministero dell’Interno italiano, avvenuto tramite La Posta Elettronica Certificata, il sistema PEC. La PEC è la rete sicura utilizzata in Italia da autorità, aziende e cittadini per la corrispondenza ufficiale e legale: l’equivalente digitale della posta raccomandata, con valore legale equiparato a quello della carta.
Proprio questo status ufficiale l’ha resa uno strumento credibile per chi voleva farsi passare per un ente statale. Le indagini italiane hanno individuato l’account compromesso in quello della Prefettura di Reggio Calabria, che ha successivamente smentito di aver inviato richieste a Revolut. Questo lascia aperta la domanda centrale: la casella PEC è stata effettivamente violata da qualcuno esterno, oppure qualcun altro ne aveva già il controllo?
La Polizia Postale italiana sta indagando per accesso abusivo a un sistema informatico e frode informatica, secondo quanto riportato dall’agenzia ANSA. Il caso non è isolato. L’agenzia italiana per la cybersicurezza CERT-AGID aveva già segnalato nel mese di giugno il rischio legato all’abuso del sistema PEC, avvertendo che la certificazione garantisce la consegna di un messaggio ma non l’identità reale di chi controlla la casella.
Questo cambiamento continua a plasmare il panorama delle attività digitali.





