
Dal 2,7% al 3,6%: crescono le preoccupazioni inflazione alla Federal Reserve
La Federal Reserve ha un nuovo problema con un nome insolito: chipflation. Dietro questo termine si nasconde una delle preoccupazioni più concrete emerse dai verbali della riunione di giugno del Federal Open Market...
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Una notizia importante fa rumore nell’ecosistema blockchain. La Federal Reserve ha un nuovo problema con un nome insolito: chipflation. Dietro questo termine si nasconde una delle preoccupazioni più concrete emerse dai verbali della riunione di giugno del Federal Open Market Committee, pubblicati mercoledì: la corsa all’intelligenza artificiale sta spingendo in alto i prezzi dei semiconduttori, e questo sta alimentando le preoccupazioni sull’inflazione della Federal Reserve in modo tutt’altro che temporaneo. Punti chiave La Fed ha rivisto al rialzo la stima di inflazione PCE di fine anno, dal 2,7% al 3,6%.
I tassi restano fermi tra 3,5% e 3,75%, ma nove membri su diciotto del comitato prevedono almeno un rialzo entro fine 2026. La probabilità di un rialzo al meeting del 29 luglio è al 30,5% secondo CME FedWatch; quella di almeno un rialzo nel corso dell’anno sale al 59% secondo Polymarket. La domanda di infrastrutture AI — chip, data center, energia — è identificata come driver strutturale dell’inflazione.
Dinamiche di mercato
Le tensioni geopolitiche con l’Iran aggiungono un ulteriore strato di incertezza alle proiezioni sui prezzi. La Fed e la “chipflation” guidata dall’AI La dinamica è più intricata di quanto sembri. La spesa in conto capitale delle grandi aziende tecnologiche per costruire infrastrutture AI — server, data center, reti elettriche — sta generando una domanda di semiconduttori senza precedenti.
Questo spinge in alto i prezzi dei chip, che a cascata aumentano i costi di elettronica di consumo, dispositivi e persino delle bollette domestiche. Una catena inflazionistica che parte dal cloud e arriva alle famiglie. Nick Ruck, direttore di LVRG Research, ha sintetizzato il problema con chiarezza: l’espansione delle infrastrutture AI sta “alimentando un’inflazione elevata attraverso una domanda senza precedenti di semiconduttori, risorse energetiche e strutture dati”, pur riconoscendo il potenziale di produttività futura di queste tecnologie.
La maggioranza dei partecipanti alla riunione di giugno ha concordato che questa espansione economica, trainata in parte dagli investimenti AI, rischia di rendere l’inflazione più radicata nel tempo. Adam Phillips di EP Wealth Advisors ha sottolineato che le pressioni sui prezzi non si limitano all’energia: i rincari stanno emergendo anche nell’elettronica e in altri settori. Il punto critico è che non si tratta di un’inflazione da shock esterno facilmente riassorbibile, ma di una domanda strutturale che non accenna a rallentare.
Impatto sui mercati
Tassi fermi, ma la divisione interna è reale A giugno la Fed ha mantenuto il tasso di riferimento nell’intervallo 3,5%–3,75%. La decisione era attesa, ma i verbali hanno rivelato una spaccatura significativa all’interno del comitato. I verbali citano testualmente che “molti partecipanti hanno indicato che il livello appropriato del tasso sui fed funds sarebbe all’interno o leggermente al di sotto dell’attuale range entro fine anno”.
Ma, allo stesso tempo, “molti altri partecipanti hanno ritenuto che il livello appropriato dovrebbe essere superiore all’attuale range”. Una divisione quasi perfetta, che spiega perché il presidente Kevin Warsh aveva definito quella riunione “una buona lite in famiglia”. Nel dettaglio, nove dei diciotto membri del comitato prevedono almeno un rialzo prima della fine del 2026.
Tra questi nove, sei ne anticipano addirittura due da un quarto di punto ciascuno. Non è un segnale marginale. I mercati iniziano a prezzare il rischio rialzo La probabilità implicita di un rialzo al prossimo meeting del 29 luglio è salita al 30,5% secondo CME FedWatch, rispetto a circa il 20% di una settimana prima.
Questo cambiamento continua a plasmare il panorama delle attività digitali.




