
Resta il nodo dei pedaggi, con la tassa di Hormuz i pasdaran mirano ai soldi
Leggi in app Resta il nodo dei pedaggi, con la tassa di Hormuz i pasdaran mirano ai soldi di Francesco Manacorda () Nei negoziati il regime punta a farsi legittimare i compensi per i servizi sullo Stretto. Un dossier...
Importanti sviluppi emergono sulla scena mondiale. Leggi in app Resta il nodo dei pedaggi, con la tassa di Hormuz i pasdaran mirano ai soldi di Francesco Manacorda () Nei negoziati il regime punta a farsi legittimare i compensi per i servizi sullo Stretto. Un dossier che vale quanto il nucleare 26 Maggio 2026 alle 01:00 3 minuti di lettura Funziona come un pedaggio, si paga come un pedaggio, ma non si può chiamare pedaggio, pena la fine prematura delle già gracili trattative tra Stati Uniti e Iran. Assieme al programma nucleare iraniano, infatti, l’altra condizione ultimativa posta da Washington riguarda la libera circolazione per tutte le navi nello Stretto di Hormuz: «Lo vogliamo aperto, lo vogliamo libero, non vogliamo pedaggi», per dirla con Donald Trump.
Ma di fatto, già da due mesi, chi vuole passare dallo Stretto deve pagare. Lo fa con formule meno brutali e più presentabili: “servizi di navigazione”, “sicurezza marittima”, “protezione ambientale”, “assistenza al transito”. Come altro orientarsi, sennò, in un braccio di mare ricco di mine posate dagli stessi iraniani, droni, navi militari e minacce incrociate?
I dettagli
Già a fine marzo Lloyd’s List calcolava che nelle due settimane precedenti 26 navi erano passate, pagando, dal “casello” di Hormuz creato dall’Ircg, il Corpo delle guardie rivoluzionarie, con una procedura consolidata: mail per chiedere l’autorizzazione, ispezioni preventive, codici di autorizzazione da usare in caso di problemi lungo la rotta, in alcuni casi addirittura scorta iraniana. Anche aprile è passato così e poi venti giorni fa, il 5 maggio, il salto di qualità. Sotto la bandiera di Teheran nasce la Pgsa, l’Autorità per la navigazione del Golfo Persico: un nuovo ufficio la cui missione appare subito chiarissima.
Adesso, mentre la trattativa si dipana e si aggroviglia a fasi alterne, uno degli obiettivi principali dell’Iran è proprio quello di assicurarsi che il flusso di denaro in arrivo dallo Stretto non si fermi, anzi aumenti, una volta che il transito delle navi riprenderà in pieno. Del resto, con una tassa che al momento appare tra i 50 centesimi e il dollaro a barile — listini ufficiali non ne circolano, ma chi prova a passare sa benissimo come e quanto dovrà pagare — il ritorno alla normalità di Hormuz potrebbe valere parecchio. Con 20 milioni di barili al giorno siamo tra 3,6 e 7,2 miliardi l’anno.
Altro salto avanti e meno di una settimana fa, proprio sul sito della Pgsa, compare una mappa aggiornata dello Stretto che ne segna i nuovi confini, estendendoli a dismisura: ci rientra anche Fujairah, dove sbocca l’oleodotto costruito dagli Emirati con l’esplicito intento di bypassare il collo di bottiglia di Hormuz e arrivare sul Golfo dell’Oman. Teheran, insomma, non si limita a controllare il passaggio ma prova ad allungare la sua ombra sui vicini.
La vicenda è ora tra i temi più rilevanti dell’agenda globale.





