
Cocente sconfitta legale contro il Mail, inizia male la visita di Harry
Falsa partenza per l'attesa visita di 5 giorni nel Regno Unito del principe ribelle Harry, secondogenito di re Carlo III e della defunta lady Diana: nata da principio sotto il segno della "riconciliazione", ma già...
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Una vicenda rilevante si sta delineando sullo scenario internazionale. Falsa partenza per l'attesa visita di 5 giorni nel Regno Unito del principe ribelle Harry, secondogenito di re Carlo III e della defunta lady Diana: nata da principio sotto il segno della "riconciliazione", ma già degenerata fin dalla vigilia in incomprensioni, ripensamenti e rischi di nuove tensioni in casa Windsor. A suggellare in negativo la prima giornata è stata la cocente sconfitta giudiziaria - coincisa casualmente con il suo arrivo - nella causa contro l'editore del Daily Mail, il più ostile dei tabloid d'oltre Manica. Il verdetto, epilogo dell'ennesimo capitolo della disfida lanciata negli ultimi anni da Harry alla stampa popolare (e populista) del Regno, è stato emesso in forma scritta proprio mentre il duca di Sussex faceva la sua prima comparsa pubblica in riva al Tamigi.
Introducendo nella prestigiosa Chtaham House di Londra un incontro sugli Invictus Games, giochi sportivi per militari invalidi di cui egli - veterano dell'Afghanistan - è padrino. Un testo argomentato in ben 436 pagine dal giudice Matthew Nicklin, dell'Alta Corte londinese, destinato a cassare la denuncia presentata da Harry, assieme alla rockstar Elton John e ad altre 5 personalità pubbliche 'vittime' del sensazionalismo del Mail in decine di articoli e storie di gossip pubblicate fra il 1993 e il 2018. In sostanza Nicklin ha concluso che i denuncianti "non sono riusciti a provare" al di là di ogni ragionevole dubbio che le intrusioni addebitate al tabloid nella loro privacy fossero state realizzate attraverso intercettazioni o altri metodi di raccolta illecita d'informazioni.
I dettagli
Ha quindi negato il riconoscimento di una responsabilità legalmente rilevante nei confronti della società editrice del giornale, Associated Newspapers Limited (ANL), e del suo patron, Paul Dacre: potente quanto sulfureo alleato della destra politica britannica, che in udienza aveva respinto seccamente tutte le accuse liquidandole come "diffamatorie" (o riferite a vicende prescritte). A differenza di casi passati della medesima crociata, nei quali Harry aveva avuto partita vinta chiedendo e ottenendo indennizzi e scuse da varie testate, questa volta l'ambizione era più alta: ottenere una condanna personale dell'editore e il riconoscimento di una presunta malafede deliberata in sede giudiziaria. Obiettivo per il quale - data l'ampia tutela garantita sulla carta dalla legge britannica alla libertà di cronaca - l'onere della prova sarebbe dovuto spettare alle parti accusatrici.
Nel dispositivo il giudice non ha negato l'esistenza di sospetti "gravi", ma ha pure sottolineato come la memoria su fatti risalenti magari a oltre "20 anni fa" possa essere "evaporata". Insistendo in ogni modo soprattutto sull'assenza di evidenze solide sull'asserito 'spionaggio'.
La vicenda è ora tra i temi più rilevanti dell’agenda globale.





