
Il rischio che affondi il commercio
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July 31 — İsrail x Hizbullah ile kalıcı barış anlaşması...?
Ecco le ultime notizie da tutto il mondo: Leggi in app Seguici su Discover Il rischio che affondi il commercio di Francesco Manacorda Un'immagine satellitare del porto di Chabahar appena fuori lo Stretto di Hormuz L'ascolto è riservato agli abbonati premium 10 Luglio 2026 alle 00:29 3 minuti di lettura Si spara — si spara di nuovo — a Hormuz, e gli effetti di quei colpi incrociati si avvertono in tutto il mondo. L’indietro tutta della trattativa diplomatica tra Stati Uniti e Iran blocca ancora una volta il traffico navale nello Stretto, ma soprattutto fa ripiombare tutti noi nella realtà di una globalizzazione instabile e interrotta, di cui eravamo beneficiari — almeno fino a qualche mese fa — inconsapevoli. È presto per dire se i nuovi scontri nelle acque di Hormuz si trasformeranno in una fase di guerra a tutti gli effetti.
I primi segnali — due giorni di fuoco ininterrotto degli Usa su infrastrutture iraniane, compresa una centrale nucleare, attacchi di Teheran che confermano l’allargarsi del conflitto anche a Paesi vicini come Qatar, Kuwait e Bahrain — non sono certo incoraggianti. Così come non lascia ben sperare, per quanto faccia parte del consueto arsenale non convenzionale, la retorica bellica rispolverata rapidamente sia da Donald Trump sia dal regime degli ayatollah. Quel che è certo è che non solo se il fuoco incrociato continuerà, ma anche se la tensione resterà comunque così alta da bloccare di fatto il traffico di cargo e petroliere in quel passaggio strategico, gli effetti di trasmissione del blocco ai prezzi energetici, e dai prezzi energetici a quelli degli altri beni, non tarderanno ad arrivare.
I dettagli
Un’inflazione esportata dal Golfo e importata da tutto il resto del mondo, che è la bestia nera di ogni banca centrale. Se infatti, di norma, un rialzo dei tassi di interesse serve a fermare un’economia che corre troppo e surriscalda i prezzi — insomma, ad arginare l’inflazione — quando l’aumento dei prezzi arriva dal petrolio importato, il rialzo dei tassi frena un’economia che — come nel caso dell’Europa e dell’Italia — non solo non corre, ma è già pericolosamente lenta. Finora, va detto, i rischi di una forte inflazione importata attraverso i prezzi petroliferi sono stati minori di quanto molti pronosticassero all’inizio del conflitto tra Usa e Iran.
I motivi appaiono molteplici: una inaspettata capacità del greggio di trovare canali alternativi di distribuzione, a esempio attraverso un maggior utilizzo di oleodotti nel Golfo che sbucano fuori dallo Stretto di Hormuz, ma anche un calo della domanda nelle economie più povere — specie quelle del Sud Est asiatico — che ha calmierato in qualche modo le quotazioni; nell’America del Nord la scoperta di un’autosufficienza energetica che a questi prezzi conviene. Ma questo era il primo tempo.
Lo sviluppo ha attirato ampia attenzione internazionale, con gli ambienti diplomatici che lo seguono da vicino.





