
Taiwan rivendica l'indipendenza: 'Siamo una nazione sovrana'
"Siamo una nazione democratica, sovrana e indipendente". Taiwan alza la testa e finalmente risponde a Donald Trump, che con la sua visita a Pechino ha fatto traballare tutta l'architettura di sicurezza dell'isola....
No Meeting by June 30 — Where will Trump and Putin meet after that?
Importanti sviluppi emergono sulla scena mondiale. "Siamo una nazione democratica, sovrana e indipendente". Taiwan alza la testa e finalmente risponde a Donald Trump, che con la sua visita a Pechino ha fatto traballare tutta l'architettura di sicurezza dell'isola. Accanto a Xi Jinping, il tycoon ha infatti mostrato un'ambiguità che se da una parte ha scatenato un'ondata di ripercussioni politiche in tutto il mondo - compresi gli Stati Uniti e in particolare Capitol Hill - dall'altra ha messo in allarme i vertici di Taipei per le possibili conseguenze concrete di un disallineamento americano.
In particolare, sul tema del sostegno militare e della fornitura di armi. A mettere in chiaro che Taiwan "non è subordinata alla Repubblica Popolare Cinese" è stato il ministero degli Esteri dell'isola, rispondendo indirettamente al presidente americano che a Fox News aveva espresso la sua avversione a che "qualcuno diventi indipendente", altrimenti "dovremmo percorrere 9. 500 miglia per combattere una guerra, e non è quello che cerco".
I dettagli
Xi ha infatti ventilato la possibilità di un "conflitto" tra Usa e Cina in merito all'isola. Ma Trump ha negato che si sia trattato di una "minaccia" agli Stati Uniti, come invece sottolineato da molti commentatori americani, anche repubblicani. Il ministero taiwanese ha poi tentato di sottolineare come sia Trump sia il segretario di Stato Usa Marco Rubio abbiano ribadito che la politica di Washington sull'isola rimane "invariata": per quanto riguarda la vendita di armi, "questa non è solo un impegno degli Usa per la sicurezza di Taiwan - come chiaramente stabilito nel Taiwan Relations Act - ma anche una forma di deterrenza congiunta contro le minacce regionali", ha insistito il ministero.
La legge a cui fa riferimento Taipei, datata 1979, obbliga Washington a fornire armi difensive all'isola. A dicembre, il governo statunitense ha approvato la seconda vendita di armi a Taiwan dal ritorno al governo di Donald Trump, per un valore di 11,1 miliardi di dollari, rendendola la più grande vendita dal 2001, quando George W. Bush approvò una fornitura del valore di 18 miliardi di dollari.
Sin dal 1982, un principio chiave della strategia americana è stato quello di evitare di "consultare" Pechino sulla vendita di armi a Taiwan, pur rimanendo vaghi sulla possibilità di un intervento militare in caso di attacco cinese. Un principio che sembra essere stato disatteso dall'ultima visita del tycoon: interpellato sulla possibilità di approvare un nuovo pacchetto di armi da 14 miliardi di dollari destinato a Taiwan, bloccato da mesi, il tycoon ha risposto che la decisione "dipende alla Cina". E che quella delle armi "è un'ottima carta da giocare nei nostri negoziati".
Sebbene Trump non abbia specificato cosa vorrebbe in cambio della mancata fornitura di armi a Taiwan, il tycoon ha incalzato Pechino affinché contribuisca a esercitare più pressioni sull'Iran.
Lo sviluppo ha attirato ampia attenzione internazionale, con gli ambienti diplomatici che lo seguono da vicino.





