
Vista la firma genetica dell'invecchiamento
L'invecchiamento lascia una firma genetica che è conservata in diverse specie di mammiferi, compresi gli esseri umani: la scoperta ha permesso di mettere a punto nuovi orologi molecolari capaci di stimare non solo l’età...
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Ecco le ultime notizie da tutto il mondo: L'invecchiamento lascia una firma genetica che è conservata in diverse specie di mammiferi, compresi gli esseri umani: la scoperta ha permesso di mettere a punto nuovi orologi molecolari capaci di stimare non solo l’età biologica dei singoli individui, ma anche la loro aspettativa di vita. Il risultato è frutto dello studio di oltre 11. 000 campioni di tessuti di roditori e primati, che sono stati analizzati da un team internazionale di ricerca guidato dalla Harvard Medical School di Boston.
I risultati, pubblicati sulla rivista Nature, potrebbero accelerare lo sviluppo di interventi mirati per aumentare la longevità. L'invecchiamento è caratterizzato dall'accumulo di danni cellulari e dal declino funzionale: individui con la stessa età anagrafica possono invecchiare in modo diverso a livello molecolare, e l'identificazione di biomarcatori associati a queste differenze è da tempo oggetto di studi. I ricercatori di Harvard hanno esaminato 11.
I dettagli
000 campioni da 25 tipi di tessuti prelevati da umani, roditori e altri primati, in modo da analizzarne il trascrittoma, ovvero la totalità degli Rna trascritti a partire dai geni 'accesi'. In questo modo hanno individuato segnali comuni dell’invecchiamento conservati tra specie e tipologie di cellule differenti. Con l’età aumentano soprattutto i geni associati a infiammazione, senescenza (il declino della divisione cellulare) e apoptosi (il 'suicidio' programmato delle cellule).
Diminuisce invece l’attività dei geni coinvolti nella guarigione dei tessuti, nella differenziazione cellulare e nella produzione della matrice extracellulare, l’impalcatura biologica dei tessuti. Sulla base di questi dati, il team ha sviluppato degli orologi molecolari multi-tessuto e multi-specie in grado di stimare l’età biologica e prevedere la mortalità attesa con un'accuratezza paragonabile a quella degli attuali orologi epigenetici di seconda generazione (che invece si basano sull'analisi delle modificazioni chimiche che 'rivestono' il Dna senza modificarlo). A differenza di questi ultimi, però, i nuovi orologi permettono anche di valutare a livello molecolare l'efficacia degli interventi volti ad aumentare la longevità.
In un articolo di commento pubblicato sempre su Nature, il biologo Joao Pedro de Magalhaes dell'Università di Birmingham sottolinea che questi marcatori potrebbero consentire di identificare con maggiore precisione quali meccanismi vengono modificati da terapie o malattie. Resta però da chiarire se questi segnali molecolari siano all’origine dell’invecchiamento o soltanto una sua conseguenza.
Lo sviluppo ha attirato ampia attenzione internazionale, con gli ambienti diplomatici che lo seguono da vicino.





