
Il dubbio di Sinner è lo stesso di ogni campione
Leggi in app Il dubbio di Sinner è lo stesso di ogni campione di Claudio Giua Jannik Sinner () 10 Maggio 2026 alle 21:57 3 minuti di lettura “Prima di ogni partita ho dei dubbi. È la cosa più normale. Se non senti il...
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Importanti sviluppi emergono sulla scena mondiale. Leggi in app Il dubbio di Sinner è lo stesso di ogni campione di Claudio Giua Jannik Sinner () 10 Maggio 2026 alle 21:57 3 minuti di lettura “Prima di ogni partita ho dei dubbi. È la cosa più normale. Se non senti il dubbio e la pressione vuol dire che non ci tieni”.
È sabato sera, Sinner risponde così a Ubaldo Scanagatta nella conferenza stampa dopo l’agevole successo su Sebastian Ofner. Siccome Jannik non ha mai amato parlare di sé, se lo fa è perché comincia a interrogarsi su alcune questioni: nello specifico, sulle vicende che influiscono sulla sua vita fuori e dentro il campo e sulla necessità di gestire situazioni personali complesse. È un passaggio che mette al centro non la tecnica né la tattica ma quella zona indistinta dove finisce il tennis professionistico e cominciano la solitudine, la paura di non essere all’altezza, i pensieri che vengono di notte in case e camere d’hotel senz’anima.
I dettagli
Lo fa, il numero 1 al mondo, con la consapevolezza (termine che usa spesso) di chi non avrebbe pronunciato le stesse frasi soltanto tre anni fa. Oggi ho seguito la maratona vittoriosa di Lorenzo Musetti contro Francisco Cerundolo sul Centrale, l’entusiasmante rimonta di Luciano Darderi ai danni di Tommy Paul nella BNP Paribas Arena (3-4 6-3 6-2), poi in serata Elisabetta Cocciaretto dominata da Iga Swiatek (6-1 6-1). Ho anche visto Matteo Arnaldi alle prese con il giovane fenomeno Rafael Jodar.
In ognuno di questi match e in altri ho ritrovato la sostanza del dubbio evocato da Sinner, per quanto camuffata sotto le geometrie di passanti incrociati e lungolinea. Il dubbio dei grandi tennisti è anche un topos letterario. Andre Agassi in “Open”, forse il libro più lucido mai scritto da un tennista, confessa di aver giocato per quasi tutta la carriera con la paura di perdere e di aver vissuto i trionfi non come una gioia ma come una pallottola schivata.
Su un campo - è la sua esperienza - sei talmente esposto che scopri di te cose sconvolgenti: quanto sei fragile, dove sei capace e dove no, quale forza serve solo per stare lì. Il libro si apre con tre parole citatissime – “odio il tennis” – ma il vero centro non è l’odio, è la nudità. David Foster Wallace, che del tennis fu giocatore promettente e poi cronista geniale, in “How Tracy Austin Broke My Heart” arriva all’ipotesi opposta o complementare: la genialità del campione consiste, paradossalmente, in una specie di silenzio interiore.
Cosa dicono gli esperti
Il top player riesce a prevalere perché nei momenti decisivi la sua testa tace. Il segreto del fenomeno è dunque qualcosa di esoterico e ovvio insieme. La risposta che si dà è che la mente analitica è un ostacolo per la prestazione: chi pensa, sente il dubbio; chi sente il dubbio, sbaglia.
Ergo, il campione impara a non pensare. Non perché non abbia pensieri, ma perché deve metterli a tacere. Sinner, l’altra sera, sembrava muoversi precisamente in mezzo a questi due poli.
Lo sviluppo ha attirato ampia attenzione internazionale, con gli ambienti diplomatici che lo seguono da vicino.





