
No King, ma un solo boss: Springsteen canta lo sgomento dell’America
Leggi in app No Kings, ma un solo boss: Springsteen canta lo sgomento dell’America di Gabriele Romagnoli Da Minneapolis a Brooklyn, uno spettacolo politico che mette insieme la bandiera a stelle e strisce e l’ira contro...
No Meeting by June 30 — Where will Trump and Putin meet after that?
Importanti sviluppi emergono sulla scena mondiale. Leggi in app No Kings, ma un solo boss: Springsteen canta lo sgomento dell’America di Gabriele Romagnoli Da Minneapolis a Brooklyn, uno spettacolo politico che mette insieme la bandiera a stelle e strisce e l’ira contro il presidente 16 Maggio 2026 alle 01:00 3 minuti di lettura Il popolo americano che non vuole re riconosce un solo boss: Bruce Springsteen. E gli s’inchina, a migliaia per sera, in questo viaggio partito da Minneapolis e arrivato a Brooklyn, dove nacque sua madre, che gli insegnò a ballare, per quanto difficili fossero i tempi. Lui lo fa e lo fa fare, proprio perché ha imparato quella lezione, opponendo allo sfacelo improvvisato della politica-spettacolo la rappresentazione rigorosa di uno spettacolo politico.
È perfino inevitabile che nel Paese retto da un gerontocrate bianco con i capelli tinti la fiaccola dell’opposizione finisca in mano a un rocker di 76 anni, altrettanto bianco e qua e là ritoccato. Che il pubblico abbia un’età media che gli consenta di aver liquidato il Vietnam nell’infanzia, assistito all’11 settembre nella maturità e di non voler morire trumpiano. Il treno che attraversa «la terra della speranza e dei sogni» continua a trasportare peccatori e santi, vincitori e vinti, ma nel bagagliaio si aggiungono protesi e dentiere, illusioni spezzate e incubi inattesi, una chitarra con i colori dell’Ucraina e un’altra con la falce e martello su un adesivo rosso.
I dettagli
Si ripescano, dal doppio fondo impolverato dove stavano cose date per scontate, la Costituzione e la bandiera. Si torna indietro, a una stazione che si pensava di essersi lasciati alle spalle per sempre. Il Boss è emerso quando alla Casa Bianca c’era Gerald Ford, ha ricevuto per equivoco l’omaggio di Ronald Reagan («Il futuro dell’America risiede nei mille sogni dentro i vostri cuori e nel messaggio di speranza contenuto nelle canzoni di Bruce Springsteen»), ha cantato all’inaugurazione di Barack Obama e ora se la vede con Donald Trump, «un razzista, guerrafondaio e anti-democratico».
Là fuori c’è qualche isolato aspirante regicida, ma non si vede un avversario capace di incarnare il sentimento da cui è scaturito un movimento per ora immobile. Tocca allo spettacolo fare società: a George Clooney pensionare Biden, a Robert De Niro e Don Winslow attaccare Trump. Nessuno come Springsteen lo fa in nome e per conto dell’America, quella che lascia case con i mutui di Damocle, sale su auto-squali arrugginiti, investe nel biglietto il lavoro di una settimana per venire sotto il palco a urlare con lui:«“Ce la faremo!
Intendiamoci: è uno show ed è costruito a regola d’arte. Lo ammise nel libro-intervista di David Remnick, direttore del New Yorker: «E’ tutto teatro. Io sono un performer.
Ti sussurro all’orecchio e tu ti ritrovi a sognare i miei sogni». Questo non significa che non sia credibile, non sia autentico. Lo è molto di più quando abbraccia la causa dei diritti e della libertà di quando si spende in rivendicazioni socio-economiche.
Lo sviluppo ha attirato ampia attenzione internazionale, con gli ambienti diplomatici che lo seguono da vicino.





