
Quello che tutti dobbiamo a Matteo Berrettini
Leggi in app Quello che tutti dobbiamo a Matteo Berrettini di Claudio Giua Matteo Berrettini (ansa) Il romano eliminato al primo turno agli Internazionali 07 Maggio 2026 alle 18:45 4 minuti di lettura È andata come...
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Importanti sviluppi emergono sulla scena mondiale. Leggi in app Quello che tutti dobbiamo a Matteo Berrettini di Claudio Giua Matteo Berrettini (ansa) Il romano eliminato al primo turno agli Internazionali 07 Maggio 2026 alle 18:45 4 minuti di lettura È andata come forse già sapete. Nel torneo che gli è più caro, Matteo Berrettini esce di scena al primo turno per mano di Alexei Popyrin, 27 anni, australiano, numero 60 del mondo. Il punteggio — 6-2 6-3 in un’ora e mezza — non lascia spazio a interpretazioni.
Prestazione opaca, due break subiti nel primo set e uno nel secondo, il pubblico amico che non riesce a motivarlo. Per il romano è il secondo esordio negativo consecutivo in un Masters 1000 dopo quello a Madrid contro il croato Dino Prizmic. L’immediata conseguenza è lo scivolamento oltre quota 100 nel ranking mondiale.
I dettagli
Poi c’è lo scoramento. Dirà nella conferenza stampa del dopo-partita: “Sono deluso, questo è uno sport che ha bisogno di continuità, i troppi alti e bassi non pagano". Credo quindi che proprio ora dobbiamo a Matteo un riconoscimento sul suo ruolo cruciale nella creazione del sistema tennistico italiano attuale: insomma, proviamo a contestualizzare il finalista di Wimbledon 2021 e l’eroe di tante battaglie epiche su ogni superficie guardandolo da una distanza maggiore, in un ambito meno contingente ed emotivo.
() Il tennis vive di innovazioni e interpretazioni. La tassonomia funziona perché coglie una dialettica fondamentale: ci sono giocatori che spostano il limite e giocatori che lo abitano. Innovatori sono stati i Quattro Moschettieri francesi e i giganti americani degli anni Venti e Trenta, Bill Tilden sopra tutti: non si sono limitati a vincere, hanno riscritto il vocabolario del gioco.
Altrettanto innovatori sono risultati Bjorn Borg e John McEnroe negli anni Settanta. Al contrario, formidabili interpreti di quelle due ere (nel senso che hanno applicato al meglio le innovazioni altrui) vanno considerati campioni come Gottfried von Cramm e Fred Perry oppure Jimmy Connors e Arthur Ashe. La storia italiana del tennis è un caso di scuola, forse più nitido che altrove perché i suoi momenti di grandezza sono stati pochi e quindi più riconoscibili.
Cosa dicono gli esperti
Nicola Pietrangeli è stato l’innovatore archetipico, e non per i Roland Garros del 1959 e del 1960: erano il risultato, non la causa. La sua vera invenzione è stata mentale: per la prima volta un azzurro si è seduto al tavolo dei grandi senza chiedere permesso, senza il complesso provinciale che fino a quel momento aveva caratterizzato i nostri fenomeni da circolo dopolavoristico o altoborghese. Tutto ciò che è venuto dopo, ha preso le mosse da quella nuova consapevolezza.
Adriano Panatta ha innovato in modo diverso: ha imposto la fisicità, la potenza, una certa idea di tennis-spettacolo che la nostra tradizione, ancora figlia del gioco di tocco sui campi in terra rossa, non conosceva. La sua stagione 1976 è il suo manifesto: il gioco poteva essere muscolare, plastico, perfino arrogante.
Lo sviluppo ha attirato ampia attenzione internazionale, con gli ambienti diplomatici che lo seguono da vicino.





